Nello scambio tra la morte e la vita un’autentica gara di generosità

Come si vive “l’attesa” e il “dopo” trapianto? Cosa si pensa, cosa si prova? Come avviene, nella generosità, lo “scambio” tra la vita e la morte? Per saperne di più abbiamo stralciato alcuni passi da due testimonianze di trapiantati francesi rilasciate alla Rivista “Revivre”, organo di informazione dell’A.D.O.T. (Associazione Donatori Organi Tessuti) che ha sede a Parigi (che recentemente ha inviato al nostro direttore responsabile una copia della loro rivista in cambio della nostra pubbicazione). Si tratta di un trapiantato di fegato e di un trapiantato di cuore ai quali la Rivista pone al­cune domande riguardanti “L’ATTESA” e il “DOPO” che diventano centrali per vivere questa esperienza,
“Attendevo il trapianto – risponde l’uno dei due trapiantati – come una donna attende un figlio… , Ero preso dal desiderio di sbarazzarmi di questo fegato, di questa parte del mio corpo che avevo finito per odiare. Il fegato mi aveva fisicamente annientato, non lo sopportavo più, avevo fretta che esso partisse, lo desideravo … La prima cosa quando mi sono risvegliato è stata quella di toccare il ventre, cosi come una donna avrebbe cercato il suo neonato. Esso e là, lo sento, é arrivato. Nessuno è in grado di immaginare, nella nebbia dell’anestesia che svanisce la sensazione che si può provare all’interno del proprio corpo: è una rinascita da favola, una seconda nascita! Per me questo organo è come un bebè, il mio bebè: lo sento, lo tocco e lui parla, consiglia per non farci eccessivo caso di adattarsi…
Gli viene chiesto se abbia perfettamente adottato questo organo ed egli replica: “Non mi pongo alcuna domanda metafisica. A proposito… Avrei soltanto il grandissimo desiderio di saper se il donatore era giovane. Ciò che vo­glio offrirgli è di approfittare de!la vita e delle cose belle. Il donatore non è più qui fisicamente, ma egli continua a vivere: che egli continui dunque a vivere pienamente, serenamente! Ho 43 anni e questo organo è per il me­glio e per il peggio, non c’è possibilità alcuna di divorzio, si resta assieme fino alla fine dei nostri giorni: non c’è alternativa”.
Ed ora un passaggio dai commenti di un trapiantato di cuore di 65 anni che ha vissuto il periodo d’attesa nell’isolamento e nella discrezione e che ritiene che l’operazione sia stata, soprattutto per l’età, un’avventura e miracolo.
“Non si può impedire a noi stessi – egli afferma – di pensare che al nostro fianco un essere, generalmente giovane sta per morire e che una famiglia sta per sprofondare ne dolore; allorquando voi e la vostra famiglia riprendete a sperare, quell’altra non spera più, E una constatazione terribile e non possiamo non misurare pienamente il dramma e il sacrificio della famiglia del donatore.
Questo sacrificio, questo ultimo gesto di carità, questa enorme solidarietà permettono ad un cardiaco, ad un epatico, ad un malato di reni, di continuare a vivere.
Dove trovare una così bella prova di generosità se non nello scambio tra la morte e la vita? In questo fine secolo domina la tecnica, i mezzi esistono, ma la solidarietà umana é indispensabile”.
Egli conclude l’intervista con queste parole: “è grazie a questi doni che sarà possibile rendere un figlio ai genitori o conservare un padre ai figli oppure – come nel mi caso – ridare un nonno al nipoti”.

(Per la traduzione ci siamo avvalsi della consulenza del Prof. Gianni Naoni, che ringraziamo)